Venerdì la fanfara dei carabinieri non sarà solo per l’inaugurazione dell’Auditorium di Ravello, dieci anni dopo la prima idea progettuale, ma anche per colui che firma l’opera, il grande vecchio Oscar Niemeyer, 102 anni trascorsi a lasciare il suo segno inconfondibile nella storia dell’architettura. Un gentiluomo di Belo Horizonte che ha avuto il privilegio di lavorare con Le Corbusier e firmare con Lucio Costa un’intera città, Brasilia, e di cui abbiamo in Italia diverse opere, come la molto citata sede della Mondadori a Segrate. Il debutto dell’Auditorium coincide quindi giustamente con l’omaggio a Niemeyer, di cui sabato parleranno Cesare De Seta, Massimiliano Fuksas, Oliviero Toscani e altri. Dieci anni per un Auditorium. Tanti, certo, ma non solo a causa della complessità dell’opera e dei tempi amministrativi. Ha pesato sui tempi l’opposizione anche in tribunale di Italia Nostra, che ritiene l’opera poco compatibile con la costiera amalfitana. Il dibattito, ampiamente trattato (su queste pagine da Mario Pirani, Giovanni Valentini e Achille Bonito Oliva), è ormai stucchevole. Tanto più che altre associazioni ambientaliste hanno un’opinione ben diversa. «Noi di Legambiente», dice per esempio Ermete Realacci, «siamo convinti che sia un’opera di importanza straordinaria. Tra qualche anno si capirà meglio il valore aggiunto dell’Auditorium per la costiera amalfitana». Senza attendere tanto, Domenico De Masi ne è entusiasta sostenitore dopo esserne stato promotore.
Quando il comune di Ravello decise l’opera, è stato lui a parlarne con tanto entusiasmo all’amico Niemeyer che l’architetto ha finito per donare il progetto al comune. E ancora lui ne ha seguito le fasi esecutive, quasi un direttore dei lavori morale. Che sottolinea i pregi di questo edificio da 400 posti che dovrebbe aiutare Ravello ad allungare la sua stagione turistica. «Caso raro, forse unico, raccoglie sotto una sola cupola il parterre, il palcoscenico e il foyer. Durante gli intervalli il pubblico non deve lasciare la sala da musica, ma si sposta semplicemente nell’area del foyer a contemplare il panorama.
Bisogna poi sottolineare i contenuti tecnologici, per esempio il palcoscenico che può variare le altezze dei vari gruppi strumentali a volontà del direttore, o le soluzioni studiate per risolvere le vibrazioni provocate dagli impianti di climatizzazione».
Si è malignato che Niemeyer non abbia fatto altro che un sommario schizzo. In realtà numerose persone possono testimoniare diversamente, per esempio l’architetto Andrea Mazzoli che ha visionato i disegni dell’inconfondibile pugno di Niemeyer. Inoltre, l’autore è tornato sulle sue idee con successivi interventi per la messa a punto finale, come spiega: «Analizzando l’insieme, per esempio, mi sono reso conto che la posizione dell’edificio in rapporto alle strade circostanti non permetteva ai passanti di avere una veduta più completa della sua archiettura. E allora ho disegnato la piazza, stretta, che con quel panorama magnifico potrebbe diventare un punto di incontro abituale indipendentemente dall’Auditorium». E le polemiche? In fondo, Niemeyer ci è abituato. Ne ha scatenate anche la sua prima grande opera, nel 1943: la chiesa di San Francesco d’Assisi, a Belo Horizonte. Probabilmente ha ragione Oliviero Toscani: «Ve lo immaginate un ingenuo che cerca di farsi approvare un piano per costruire una città sull’acqua di una laguna o una torre pendente? La creatività è la possibilità che sta tra il cuore e il cervello».
Aurelio Magistà – Casa&Design – La Repubblica
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